Racconto del volantinaggio del 29 ottobre 2011 al mercato di Scandicci
Le premesse non erano le più incoraggianti: innanzitutto eravamo soltanto in tre (Ugo, Marco ed io), inoltre i cartelloni sull’accoglienza e la solidarietà che avevamo deciso di portare non c’erano (sugli aspetti organizzativi siamo dei dilettanti!). Nonostante ciò cominciamo ad offrire alle persone che passano la piattaforma dei Comitati solidali e antirazzisti, sapendo che non avremmo trovato immediata attenzione. Infatti io fermo subito tre ragazze di circa 16 anni che tranquillamente si dichiarano razziste: una perché è stata picchiata da quattro ragazze rumene, un’altra perché gli immigrati molestano noi donne. Le invito a riflettere: ma se a picchiarti fossero state 4 italiane, oggi odieresti anche te stessa? Ancora: la violenza contro le donne va fermata, ma perché non c’è la stessa veemente indignazione e reazione quando a stuprare sono i padri di famiglia, i mariti e i fidanzati italianissimi (e sono la maggioranza)? Rimangono senza parole. Prendono la piattaforma e si fermano a riflettere (forse solo per un attimo) sul fatto che per avere città più sicure serve la solidarietà, non l’odio e la diffidenza. Per fortuna Ugo invece fa conoscenza di Paolo (ragazzo brasiliano interessato al nostro comitato).
Proseguendo sembra che per me sia la giornata no: una signora di oltre sessant’anni non ha problemi a dirsi razzista (ma allora non è un fatto generazionale!): “fanno troppi figli, vogliono troppo, loro sono tutelati dallo Stato mentre noi italiani no, ecc.” Mi viene da rispondere semplicemente: uniamoci per combattere le ingiustizie, non combattiamo le persone come noi; la invito a riflettere su chi arriva qua attraversando il mare in condizioni disperate e non ha nessuna garanzia da questo Stato perché è senza permesso di soggiorno, perciò non si può curare, non può lavorare, non può riabbracciare i propri cari, non può vivere una vita dignitosa. La signora ora è meno convinta del suo razzismo, mi promette che leggerà la piattaforma. Queste sono molte delle persone che incontriamo e fa parte dei nostri compiti invitarle a riflettere, lasciare delle domande, dei dubbi, seminare la pianta della solidarietà.
Peggio ancora quando uomini e donne tirano diritto per non scambiare nemmeno una parola: l’indifferenza, spesso cela razzismo e ben radicato…
Finalmente incontro Alessandra, con i suoi due scatenatissimi bambini; si ferma, si dice d’accordo, ci vuole conoscere e sapere delle nostre iniziative. Non abbiamo molto tempo per discutere ma concorda sul fatto che la solidarietà ci migliora la vita. Ci scambiamo il numero di telefono e l’indirizzo mail, speriamo di rivederci. Alla fine incontreremo altre persone curiose e disponibili.
Quando andiamo via dal mercato ci fermiamo dieci metri più in là, c’è un gazebo del PD con un manifesto che recita: “in nome del popolo italiano”. La nostra è una fondamentale, preziosa e indispensabile proposta, molto controcorrente per affermare la Comune Umanità
Sibilla Caroppo
Sabato 29 ottobre 2011
domenica 13 novembre 2011
martedì 26 luglio 2011
sabato 23 luglio 2011
Festa dell'Accoglienza e della Solidarietà
A tutti i Comitanti e Amici, lo scorso Martedi siamo stati con Antonio ed Elena del Comitato Machiavelli Capponi all'incontro che si è tenuto alla Consuma organizzato dal CSA di Pelago, oltre a noi presenti c'erano la Compagnia dei foocolieri , la Manada del fuego, Socialismo Rivoluzionario, libreria Prospettiva Edizioni e l'Associazione Antirazzista 3 Febbraio con l' Avvocatessa Anna, e soprattutto 37 ragazzi Immigrati che sbarcati a Lampedusa sono stati " spediti " in una struttutra alberghiera in mezzo ai monti ca un mese fà. Lo scopo dell'incontro è stato quello di conoscerci , di provare insieme a capire quali sono le loro esigenze immediate, la loro situazione dal punto di vista legale, ma fargli sentire soprattutto la nostra vicinanza come esseri umani ed un'accoglienza che, in un momento storico come quello in cui che viviamo, è drammaticamente assente e che per il miglioramento della vita di tutti e tutte va ricercata e vissuta.
Per questo vi invitiamo alla festa dell'Accoglienza ( musica dell africa occidentale con percussioni e giocoleria ) proposta dalla Manada del Fuego insieme alla Compagnia dei Focolieri per Venerdi 28 alle ore 21 allo "Chalet del valico" loc. Consuma,
Vi invieremo nelle prossime ore la locandina dell'evento con la raccomandazione di girarla e promuoverla a tutti gli amici. Consiglio: portatevi indumenti adatti alla montagna che gliè di molto fresco :-)
Per questo vi invitiamo alla festa dell'Accoglienza ( musica dell africa occidentale con percussioni e giocoleria ) proposta dalla Manada del Fuego insieme alla Compagnia dei Focolieri per Venerdi 28 alle ore 21 allo "Chalet del valico" loc. Consuma,
Vi invieremo nelle prossime ore la locandina dell'evento con la raccomandazione di girarla e promuoverla a tutti gli amici. Consiglio: portatevi indumenti adatti alla montagna che gliè di molto fresco :-)
venerdì 10 giugno 2011
VOTA SI AL REFERENDUM
Vivibilità contro uccidibilità
Come è stato possibile costruire centrali
nucleari in riva al mare in un paese a rischio
tsunami, in un paese che porta ancora le ferite
dell’ecatombe di Hiroshima e Nagasaky? La tragedia
di Fukushima appare un’assurdità paradossale a tutti
quelli che come noi mettono al primo posto la vita
umana, ritengono che le persone vengano prima della
produzione, dei “costi dell’energia” e dello “sviluppo”.
Invece la tragedia giapponese dimostra una volta di
più la logica di uccidibilità e il cinismo assassino che
contraddistingue i potenti della terra: siamo tutti e
tutte sacrificabili, in nome del “progresso”. Ci dice
quanto sia urgente, partendo dall’emersione umana,
rilanciare e costruire pazientemente un’alternativa di
vivibilità, un impegno per affermare le esigenze vitali e
di cambiamento.
Fermiamoli
Il nucleare è quasi un emblema del sistema
democratico dominante: nasce con la guerra e
per la guerra come l’arma di distruzione di massa
più micidiale mai inventata. L’acqua d’altra parte è
notoriamente uno degli elementi vitali più importanti
per gli esseri umani e volerla affidare alle gare di
appalto, alle speculazioni e ai profitti delle aziende
private mette a rischio la salute di tutte e tutti, oltre
a far lievitare le tariffe e peggiorare i servizi idrici,
moltiplicando ruberie di ogni tipo. Insomma con la vita
non si può scherzare. Per questo vanno fermati.
Vota SI ai referendum
Condividiamo con le migliaia di persone che si stanno
mobilitando in questi giorni per sostenere il NO al
nucleare e alla privatizzazione dell’acqua un sano
istinto di salvaguardia della vita e difesa della natura
prima, una giusta indignazione per le malefatte dei
potenti della terra e per l’ipocrisia del governo di
centro destra che, dopo aver difeso il nucleare e
cercato di cancellare (senza successo) il referendum,
ora da “libertà di voto” per i propri elettori (che per
fortuna sono sempre meno). Votare SI al referendum
non risolve il problema del terricidio in atto ma è un
passaggio necessario per contribuire a frenare certi
propositi di mettere a rischio la vita umana.
Costruiamo un’alternativa di protagonismo e
solidarietà
Speranze di cambiamento germogliano nel
protagonismo di milioni di persone nel mondo, dalla
rivoluzione della gente comune che ha scosso i paesi
arabi (e non solo) all’impegno volontario che cresce,
passando per la volontà di protagonismo confuso
ma genuino che ha riempito nelle ultime settimane le
piazze di mezza Europa. Significa che un’alternativa
è possibile. Noi la proponiamo fuori dal sistema,
indipendente dalle istituzioni e dai loro imbrogli,
improntata dal protagonismo diffuso, basata su valori
forti come la solidarietà umana, ispirata dalla ricerca
del bene comune in chiave universale. Per difendere
bisogni e necessità di tutte e di tutti, per scegliere la
vita, sempre e comunque.
NUCLEARE E PRIVATIZZAZIONE
DELL’ACQUA? NO GRAZIE
IMPEGNIAMOCI
PER AFFERMARE LA VITA
SEMPRE E DOVUNQUE
Come è stato possibile costruire centrali
nucleari in riva al mare in un paese a rischio
tsunami, in un paese che porta ancora le ferite
dell’ecatombe di Hiroshima e Nagasaky? La tragedia
di Fukushima appare un’assurdità paradossale a tutti
quelli che come noi mettono al primo posto la vita
umana, ritengono che le persone vengano prima della
produzione, dei “costi dell’energia” e dello “sviluppo”.
Invece la tragedia giapponese dimostra una volta di
più la logica di uccidibilità e il cinismo assassino che
contraddistingue i potenti della terra: siamo tutti e
tutte sacrificabili, in nome del “progresso”. Ci dice
quanto sia urgente, partendo dall’emersione umana,
rilanciare e costruire pazientemente un’alternativa di
vivibilità, un impegno per affermare le esigenze vitali e
di cambiamento.
Fermiamoli
Il nucleare è quasi un emblema del sistema
democratico dominante: nasce con la guerra e
per la guerra come l’arma di distruzione di massa
più micidiale mai inventata. L’acqua d’altra parte è
notoriamente uno degli elementi vitali più importanti
per gli esseri umani e volerla affidare alle gare di
appalto, alle speculazioni e ai profitti delle aziende
private mette a rischio la salute di tutte e tutti, oltre
a far lievitare le tariffe e peggiorare i servizi idrici,
moltiplicando ruberie di ogni tipo. Insomma con la vita
non si può scherzare. Per questo vanno fermati.
Vota SI ai referendum
Condividiamo con le migliaia di persone che si stanno
mobilitando in questi giorni per sostenere il NO al
nucleare e alla privatizzazione dell’acqua un sano
istinto di salvaguardia della vita e difesa della natura
prima, una giusta indignazione per le malefatte dei
potenti della terra e per l’ipocrisia del governo di
centro destra che, dopo aver difeso il nucleare e
cercato di cancellare (senza successo) il referendum,
ora da “libertà di voto” per i propri elettori (che per
fortuna sono sempre meno). Votare SI al referendum
non risolve il problema del terricidio in atto ma è un
passaggio necessario per contribuire a frenare certi
propositi di mettere a rischio la vita umana.
Costruiamo un’alternativa di protagonismo e
solidarietà
Speranze di cambiamento germogliano nel
protagonismo di milioni di persone nel mondo, dalla
rivoluzione della gente comune che ha scosso i paesi
arabi (e non solo) all’impegno volontario che cresce,
passando per la volontà di protagonismo confuso
ma genuino che ha riempito nelle ultime settimane le
piazze di mezza Europa. Significa che un’alternativa
è possibile. Noi la proponiamo fuori dal sistema,
indipendente dalle istituzioni e dai loro imbrogli,
improntata dal protagonismo diffuso, basata su valori
forti come la solidarietà umana, ispirata dalla ricerca
del bene comune in chiave universale. Per difendere
bisogni e necessità di tutte e di tutti, per scegliere la
vita, sempre e comunque.
NUCLEARE E PRIVATIZZAZIONE
DELL’ACQUA? NO GRAZIE
IMPEGNIAMOCI
PER AFFERMARE LA VITA
SEMPRE E DOVUNQUE
mercoledì 13 aprile 2011
Carissimi amici e comitanti, abbiamo pensato di organizzare una serata Sabato 16 Aprile in primo luogo per stare insieme.
L'idea è quella di un piccolo rinfresco cui seguirà la proiezione dello spettacolo di Marco Paolini "Ausmerzen", che alcuni di voi probabilmente hanno già avuto occasione di vedere recentemente in televisione.
Ciò nonostante crediamo sia interessante riproporcelo e riproporvelo, nel tentativo di cogliere attraverso il racconto di quella che può apparire ad un primo sguardo l'assurda parabola mortifera del folle e solitario dittatore Adolf Hitler, qualcosa di più.
In effetti Paolini, nel ricostruire i presupposti pseudoscientifici posti a fondamento del progetto eugenetico di selezione ed eliminazione di migliaia di malati e disabili nella Germania del '34, non si concentra tanto sui mandanti dello sterminio, quanto sui gregari, sugli esecutori, e non di meno sugli spettatori di una vicenda per certi versi surreale e quasi incredibile, scoprendo, e presentandoci, non efferati assassini come ci si aspetterebbe, bensì persone comuni; alcune di queste letteralmente "addestrate" ad uccidere, perchè "..uccidere un altro essere umano non è una cosa semplice..", e tanti altri, i più, ", come scrisse poi Primo Levi ne "La vergogna del mondo": "..a non guardare, a non ascoltare, a non fare."
Crediamo che in questo senso il lavoro di Paolini, che ancor prima che teatrale è stato di lunga e difficile ricerca biografica data la quasi totale distruzione ed irreperibilità dei documenti che svelassero le incredibili storie che ascolteremo, sia di una sconcertante attualità, e ci aiuti a ripensare in chiave positiva ed affermativa e non esclusivamente disperante, al ruolo centrale, decisivo ed indeclinabile che ognuno di noi è chiamato a giocare ogni giorno, ed in ogni luogo, nella determinazione della propria esistenza, ed inevitabilmente di quella altrui.
Ci vediamo SABATO 16 APRILE verso le ore 19, presso la sede del Comitao "La Via Della Libertà" in Via Della Fonderia 9/r a Firenze
Arrivederci a tutti e a tutte!!
comitatolaviadellaliberta@gmail.com
www.comitatolaviadellaliberta.blogspot.com
L'idea è quella di un piccolo rinfresco cui seguirà la proiezione dello spettacolo di Marco Paolini "Ausmerzen", che alcuni di voi probabilmente hanno già avuto occasione di vedere recentemente in televisione.
Ciò nonostante crediamo sia interessante riproporcelo e riproporvelo, nel tentativo di cogliere attraverso il racconto di quella che può apparire ad un primo sguardo l'assurda parabola mortifera del folle e solitario dittatore Adolf Hitler, qualcosa di più.
In effetti Paolini, nel ricostruire i presupposti pseudoscientifici posti a fondamento del progetto eugenetico di selezione ed eliminazione di migliaia di malati e disabili nella Germania del '34, non si concentra tanto sui mandanti dello sterminio, quanto sui gregari, sugli esecutori, e non di meno sugli spettatori di una vicenda per certi versi surreale e quasi incredibile, scoprendo, e presentandoci, non efferati assassini come ci si aspetterebbe, bensì persone comuni; alcune di queste letteralmente "addestrate" ad uccidere, perchè "..uccidere un altro essere umano non è una cosa semplice..", e tanti altri, i più, ", come scrisse poi Primo Levi ne "La vergogna del mondo": "..a non guardare, a non ascoltare, a non fare."
Crediamo che in questo senso il lavoro di Paolini, che ancor prima che teatrale è stato di lunga e difficile ricerca biografica data la quasi totale distruzione ed irreperibilità dei documenti che svelassero le incredibili storie che ascolteremo, sia di una sconcertante attualità, e ci aiuti a ripensare in chiave positiva ed affermativa e non esclusivamente disperante, al ruolo centrale, decisivo ed indeclinabile che ognuno di noi è chiamato a giocare ogni giorno, ed in ogni luogo, nella determinazione della propria esistenza, ed inevitabilmente di quella altrui.
Ci vediamo SABATO 16 APRILE verso le ore 19, presso la sede del Comitao "La Via Della Libertà" in Via Della Fonderia 9/r a Firenze
Arrivederci a tutti e a tutte!!
comitatolaviadellaliberta@gmail.com
www.comitatolaviadellaliberta.blogspot.com
lunedì 11 aprile 2011
Scandicci 9 aprile 2011
Questa mattina in piazza del mercato di Scandicci abbiamo organizzato un piccolo presidio come Comitato Solidale Antirazzista " La via della Libertà " .
L'intento di scambiare con le persone sul tema della Solidarietà, quale prima condizione per affermare la vita e quale immediata risposta al dramma umano di fratelli e sorelle immigrate che stanno vivendo e subendo , ha trovato una stimolante partecipazione e concrete possibilita di un inizio di comunanza.
Abbiamo incontrato giovani e meno giovani che ci hanno restituito le loro riflessioni e delusioni rispetto agli accadimenti. L'ipocrisia della politica e di questo sistema democratico è risaltata immediatamente nelle riflessioni, c'è chi ha esordito chiarendo che non segue la politica perchè non ci crede, o chi ci ha invitati a l'Aquila per sollecitare l'opinione pubblica sul totale immobilismo e stato di abbandono nel quale i paesi colpiti dal devastante terremoto sono stati lasciati da questo Stato, o chi con due parole ci ha chiarito in che modo si ribella al sistema "......non accendo più la televisione...".
Insomma una immediata intesa nei contenuti, una condivisa preoccupazione per la vita e per quanto poco se ne stà preoccupando la società civile.
Abbiamo condiviso sogni e speranze con Sabina, Sheela, Margherita, Virginia, Cristian, Grazia, Tina, Achille e Nela che non si sono sottratti/e al nostro invito ed alla possibilità di conoscerci e che con la loro disponibilità hanno reso questa giornata speciale.
E' per questo che li/le ringraziamo sperando di incontrarci prossimamente in uno degli eventi che ci impegnamo come Comitato ad organizzare e comunicare nelle prossime settimane per la preparazione dell' importante incontro del 1° Maggio " Solidarietà come impegno alternativo " che si terrà nelle Piazze di Napoli Palermo e Milano insieme alle Comunità dei fratelli e sorelle immigrati, a Stop Razzismo, all' Associazione antirazzista 3Febbraio ad SR e a tutti i comitati solidali antirazzisti
Un saluto a tutti e tutte.
1°Maggio dove:
Milano ore 11 Piazza Leonardo da Vinci 8 Università Politecnico-fermata metro 2 Piola
Napoli ore 11 Piazza del Gesù
Palermo ore 16 Piazza Verdi ( di fronte al teatro Verdi )
Questa mattina in piazza del mercato di Scandicci abbiamo organizzato un piccolo presidio come Comitato Solidale Antirazzista " La via della Libertà " .
L'intento di scambiare con le persone sul tema della Solidarietà, quale prima condizione per affermare la vita e quale immediata risposta al dramma umano di fratelli e sorelle immigrate che stanno vivendo e subendo , ha trovato una stimolante partecipazione e concrete possibilita di un inizio di comunanza.
Abbiamo incontrato giovani e meno giovani che ci hanno restituito le loro riflessioni e delusioni rispetto agli accadimenti. L'ipocrisia della politica e di questo sistema democratico è risaltata immediatamente nelle riflessioni, c'è chi ha esordito chiarendo che non segue la politica perchè non ci crede, o chi ci ha invitati a l'Aquila per sollecitare l'opinione pubblica sul totale immobilismo e stato di abbandono nel quale i paesi colpiti dal devastante terremoto sono stati lasciati da questo Stato, o chi con due parole ci ha chiarito in che modo si ribella al sistema "......non accendo più la televisione...".
Insomma una immediata intesa nei contenuti, una condivisa preoccupazione per la vita e per quanto poco se ne stà preoccupando la società civile.
Abbiamo condiviso sogni e speranze con Sabina, Sheela, Margherita, Virginia, Cristian, Grazia, Tina, Achille e Nela che non si sono sottratti/e al nostro invito ed alla possibilità di conoscerci e che con la loro disponibilità hanno reso questa giornata speciale.
E' per questo che li/le ringraziamo sperando di incontrarci prossimamente in uno degli eventi che ci impegnamo come Comitato ad organizzare e comunicare nelle prossime settimane per la preparazione dell' importante incontro del 1° Maggio " Solidarietà come impegno alternativo " che si terrà nelle Piazze di Napoli Palermo e Milano insieme alle Comunità dei fratelli e sorelle immigrati, a Stop Razzismo, all' Associazione antirazzista 3Febbraio ad SR e a tutti i comitati solidali antirazzisti
Un saluto a tutti e tutte.
1°Maggio dove:
Milano ore 11 Piazza Leonardo da Vinci 8 Università Politecnico-fermata metro 2 Piola
Napoli ore 11 Piazza del Gesù
Palermo ore 16 Piazza Verdi ( di fronte al teatro Verdi )
lunedì 28 marzo 2011
Il racconto. Tra le reduci del Pinar: meglio morire che tornare lì
"Voi italiani siete buoni, come potete fare una cosa del genere?"
"Li avete mandati al massacro
in quei lager stupri e torture"
Le lacrime di Hope e Florence per i disperati riportati in Libia: i nostri mesi all'inferno
dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO
Immigrati a Lampedusa
LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini".
I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai.
"Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".
Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace".
Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?".
"Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".
(8 maggio 2009) repubblicaonline
"Voi italiani siete buoni, come potete fare una cosa del genere?"
"Li avete mandati al massacro
in quei lager stupri e torture"
Le lacrime di Hope e Florence per i disperati riportati in Libia: i nostri mesi all'inferno
dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO
Immigrati a Lampedusa
LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini".
I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai.
"Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".
Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace".
Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?".
"Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".
(8 maggio 2009) repubblicaonline
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